A Carmelo Bene il “football”piaceva e molto. Il grande drammaturgo,poeta, regista, attore, e scrittore di origine salentine, nato a Campi Salentina provincia di Lecce il 1 settembre del 1937 da mamma Amelia Secolo e dal padre Umberto Bene originari di Vitigliano, frazione di Santa Cesarea Terme.
Vivevano a Campi Salentina, si occupavano entrambi della gestione di un tabacchificio.
Si è spento a Roma il 16 marzo 2002.

Questa sua irrefrenabile passione tra l’altro lo accomunava ad altri personaggi di spessore della cultura come Pier Paolo Pasolini, Albert Camus, Eugenio Montale, Jean Paul Sarte.
Il calcio per il “genio” somigliava alla musica: “la musica può, forse, essere spiegata con la musica? No! Così il calcio, che non ha nemmeno bisogno della lingua per farsi intendere, perché buca ogni linguaggio». Era tifoso del Milan con una stima incondizionata per il mister degli “immortali” di Arrigo Sacchi sul finire degli anni ottanta.
Correva l’anno 1995. Bene invitò il capitano del Milan Franco Baresi, il mister Fabio Capello ed i calciatori Paolo Maldini e George Weah ad assistere al proprio debutto milanese del suo spettacolo, “Hamlet Suite”, al Teatro Nazionale di Milano; in questo suo invito, qualcuno dell’opinine pubblica ci vide del “filoberlusconismo”, poichè Silvio Berlusconi era il presidente del Milan. Fu netta e chiara la sua risposta come nel suo stile: «C’è qualcuno che riesce a vedermi come cittadino che pensa alla politica? Già la vita non ha soluzioni, aspettarsele, poi, dalla politica…».
Come dicevamo, gli piaceva il calcio talmente da scriverne e parlarne, come dimostra una sua conversazione avvenuta in un pomeriggio di fine marzo del 1998 con Enrico Ghezzi (critico cinematografico, creatore di “Fuori orario”) ed in seguito pubblicata in un libro (“Discorso su due piedi”, di C. Bene ed E. Ghezzi, ‘La Nave di Teseo’, 2019).

«Andavo allo stadio perché m’interessavo di calcio: lì soltanto hai la visione del fuorigioco, se una squadra è lunga o corta, se è un 4-4-2 o un 4-5-1». Non è la stessa cosa con le partite in tv: «La televisione segue la palla e tu, della partita, non vedi assolutamente niente».
Il ” genio”, dunque si dimostrava un vero “intenditore di calcio”.Il suo sguardo era magnetico e dissacrante, la sua era una critica e mai superficiale, Le sue osservazioni risultavano acute e micidiali, che attualmente potrebbero contribuire a rendere il mondo del pallone “la cosa più importante tra quelle meno importanti”, come amava ripetere il suo amatissimo Arrigo Sacchi.
Carnelo Bene, oggi sarebbe contro il calcio moderno?
Molto probabilmente sì. Carmelo Bene amava il calcio come fenomeno e fattore estetico, non come sport. Vedeva nel calcio un’espressione della percezione e dell’arte, e una volta indebolita questa dimensione, il gioco di per sè non gli interessava più. Infine il calcio moderno, con la sua crescente commercializzazione e il suo carattere di spettacolo di massa, lo avrebbe probabilmente contrariato, poichè esso cercava l’essenza e il valore dell’arte al di là delle dinamiche popolari e commerciali.
