Un bel racconto su due personaggi diversi tra loro, che con il loro stile hanno contribuito alla storia di due club distanti non solo geograficamente, ma anche sportivamente parlando come il Lecce ed il Milan.

Franco Iurlano e Silvio Berlusconi i presidentissimi, vengono ricordati in queste righe dal sen. Giovanni Pellegrino, amico e legale del primo, conoscente del secondo.

Dall’ immensa cassaforte di memoria di vita vissuta, Giovanni Pellegrino- già senatore comunista, poi Pds e infine dell’Ulivo – ne rammenta più di uno per raccontare Franco Iurlano e Silvio Berlusconi.

Iniziamo da Berlusconi.

Oramai fa parte della storia italiana a tutti gli effetti.

Con la sua vita da imprenditore prima e politico in seguito, Silvio Berlusconi ha segnato in maniera indelebile nel bene e nel male a seconda dei punti di vista di ognuno, la società italiana nel campo delle costruzioni immobiliari con la Cantieri Milanesi Riuniti  Srl nel 1961 a soli 25 anni, l’editoria con la nascita di Canale 5 nel 1978 , il calcio alla presidenza  del Milan più vincente della storia a partire dal 20 febbraio 1986 ( lo stesso giorno inaugurava il canale francese La Cinq,ndr) , ed appunto la politica, con la fondazione nel gennaio 1994 del movimento “ Forza Italia”, proiettandolo alla guida del governo italiano più volte. Berlusconi II in carica per 1412 giorni dall’11 giugno 2001 al 23 aprile 2005. Il secondo governo più longevo è il Berlusconi IV, durato 1287 giorni. In termini di permanenza complessiva da Presidente del Consiglio, il record spetta proprio a Silvio Berlusconi, con un totale di 3.339 giorni suddivisi su quattro governi. Nel 1961 si laurea in giurisprudenza con 110 e lode discutendo una quantomeno premonitrice tesi in diritto commerciale intitolata “Il contratto di pubblicità per inserzione” che l’agenzia pubblicitaria Manzoni di Milano volle premiare con un compenso di 500.000 lire. A questo punto era evidente che i presupposti per il futuro del giovane Silvio si stessero già intrecciando, infatti, probabilmente già proiettato verso le sue ambizioni, il promettente neolaureato decide di non esercitare mai la professione di avvocato e di inseguire i suoi sogni di gloria.

A coronamento dell’ampio successo della sua impresa edile e dei trionfali progetti “Milano 2” e “Milano 3”, il 2 giugno del 1977, Berlusconi riceve la nomina di “Cavaliere del Lavoro” dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Leone.

Silvio Berlusconi nasce a Milano il 29 settembre 1936, muore il Il 12 giugno 2023 all’età di 86 anni.

Senatore Pellegrino, partiamo dall’inizio. Lei come e quando entra in politica?
Sono entrato in politica per una serie di casualità. Io facevo parte di un comitato di redazione di una rivista letteraria leccese chiamata “L’Immaginazione”. Di quel comitato faceva parte anche Marcello Strazzeri, un intellettuale di notevole spessore, che era stato consigliere regionale per il Partito Comunista e che era un esponente di punta del Pci. Strazzeri spesso mi chiedeva come mai io non volessi fare politica e a questa domanda la mia risposta era sempre la stessa: «Per me la politica è come la musica: capisco che è bella e che è importante ma non è il mio mondo». Alla vigilia delle elezioni del 1987 io e il mio amico Piero Manni venimmo informati proprio da Strazzeri circa l’intenzione di Sandro Frisullo di volerci parlare. Io e Piero allora ci recammo insieme a tutto il gruppo che ruotava intorno alla rivista “L’Immaginazione”. In quell’occasione Frisullo fece un discorso bellissimo nel quale ammise le difficoltà del Pci dopo i risultati del sorpasso, quelli delle elezioni europee del 1984 avvenute dopo la morte di Berlinguer, nelle quali i risultati su base nazionale del Pci sorpassarono quelli della Dc e mi chiese un atto di generosità che a suo dire il partito non avrebbe dimenticato: candidarmi nelle liste del Pci. Io, probabilmente per il carattere che ho, a un atto disinteressato di generosità avrei detto di no. Quindi risposi a Frisullo che tale offerta non era diretta solo a me ma a tutto il gruppo di intellettuali riuniti intorno a “L’Immaginazione” e che di conseguenza avrei preferito che per me rispondesse Piero Manni con il quale mi ero messo d’accordo per una risposta negativa. Non ho mai capito se erano d’accordo tutti quanti ai miei danni, sta di fatto che Piero Manni con mia sorpresa rispose: «Caro Giovanni, ci fanno un’offerta politica, io sono un animale politico e quindi dico si!». E così mi trovai a sorpresa candidato da indipendente nelle liste del Pci per il Senato. Facemmo una campagna elettorale tutto sommato modesta, da dilettanti, perché non avevamo idea di come si facesse una campagna elettorale. Infatti ottenemmo un risultato modesto che non mi portò all’elezione in Senato. A questo punto me ne andai in vacanza e il partito sparì, non mi fecero nessuna telefonata, non li sentii più. Continuai a essere un corpo estraneo a questo partito, che era ancora il vecchio Partito Comunista. Nell’estate del 1990 il nuovo segretario del partito per la provincia di Lecce, Antonio Rotundo, mi informò della presenza di Cesare Salvi nel capoluogo salentino e della sua volontà di incontrarmi. Cesare Salvi lo conoscevo da quando era stato studente universitario perché gli avevo dato una mano a scrivere la tesi. Recatomi alla federazione comunista leccese assistetti al suo discorso nel quale affermò: «Dopo la svolta della Bolognina il Pci sta per sciogliersi e nascerà un nuovo partito. In questo nuovo partito devono avere un ruolo gli esterni. Quindi avremmo pensato a te Giovanni come esterno per la città di Lecce». Io, che avevo incominciato a capire come andavano le cose, gli risposi: «Cesare, ho capito che nel nuovo partito gli esterni non conteranno nulla, saranno un fiore all’occhiello per far vedere che il nuovo partito è diverso dal vecchio Pci, però tutto sommato partecipare alla fondazione di un nuovo partito della sinistra deve essere un’esperienza interessante». Quindi la mia risposta alla richiesta di Salvi fu positiva. Egli allora organizzò a Lecce una riunione degli esterni pugliesi nella quale feci un intervento secondo me abbastanza modesto. I presenti però dovevano essere così poca cosa che il segretario regionale del Pci mi fece i complimenti per il discorso invitandomi a diventare il rappresentante degli esterni per la Puglia in una conferenza organizzativa presso la Fiera di Roma. Anche in questa occasione la mia risposta fu positiva e mi recai a questa conferenza dove vidi tutto il gotha del vecchio Partito Comunista: Bufalini, Chiarante, Violante e un giovanissimo D’Alema ancora bruno e con i baffetti neri. Di questa conferenza, che era un pre-congresso, non capii niente! Mi colpì però Antonio Bassolino che a sorpresa disse che al congresso avrebbe presentato una sua terza mozione oltre quella di Occhetto su cui era posizionato tutto il Pci leccese perché tutti “d’alemiani”, e quella di Ingrao, che invece era più tiepida rispetto alla svolta. Bassolino, nel fare questo intervento di cui io non capii nulla, pronunciò una frase che mi ricordo ancora bene: «Io alla fine non riesco a morire in un mondo che sia sempre e soltanto capitalista». Tale affermazione mi piacque così tanto che successivamente, di ritorno dal congresso, stretti in più di cinque in una macchina secondo il costume pauperista del vecchio Pci, sottolineai ai miei colleghi quanto mi avesse colpito. Ricordo che in quell’esatto istante in macchina crollò il gelo, silenzio totale, perché erano tutti “occhiettiani”. Dopo un po’ di tempo il segretario provinciale Rotundo mi avvisò della volontà di D’Alema d’invitarmi a cena, invito che accettai. In questo contesto notai che fra tutti i commensali D’Alema interloquiva soprattutto con me, e infatti, dopo una lunga chiacchierata, si voltò verso gli altri esclamando: «Non avete capito niente! Questo Pellegrino è un liberale, un borghese, cosa centra con Ingrao e Bassolino? Questo sta con noi!». In quell’istante capii che, dopo i miei apprezzamenti sulle parole di Bassolino, era un esame di “occhiettismo” quello che mi veniva fatto quella sera. Alla fine di quella cena D’Alema con aria lugubre ci informò del pessimo stato di salute del senatore Giuseppe Cannata, chiedendo successivamente ai colleghi di informare Cristina Conchiglia, che aveva ottenuto più voti di me nel collegio di Lecce, della sua imminente nomina a senatrice. Tutto ciò avvenne un sabato sera. Il lunedì dopo mi telefonò Rotundo informandomi che nel conteggio dei miei voti c’era stato un errore, dato che non erano stati contati i voti di tre comuni brindisini facenti parte del collegio di Lecce, e che quindi sarei diventato senatore in sostituzione di Cannata nella X legislatura. Io però avevo accettato l’offerta che mi era stata fatta da Salvi nell’intesa che non sarei mai diventato senatore perché fin troppo preso dal lavoro nel mio studio legale. Di questo mio rifiuto ne fu informato D’Alema che volle subito incontrarmi a Roma. Così il martedì dopo mi recai a Botteghe Oscure, per la prima volta nella mia vita nel mitico “bottegone”. Ricevuto da D’Alema gli feci subito presente i miei problemi, dovuti soprattutto al carico di lavoro connesso alla mia professione. D’Alema allora, cercando di convincermi, mi disse: «Questa legislatura durerà poco. Ti chiediamo un sacrificio di pochi mesi. Parlerò io con i dirigenti del gruppo affinché ti impegnino il meno possibile. A questo punto è come se tu ti fossi iscritto a un club. Potrai sempre andare al ristorante del Senato dove si mangia abbastanza bene, non come quello della Camera dove si mangia malissimo, poi potrai andare sempre dai barbieri del Senato che sono bravissimi». Io, che ho sempre avuto difficoltà a dire di no, alla fine accettai. E così mi trovai con un doppio titolo di partecipazione, come senatore e come rappresentante degli esterni per la Puglia, al congresso di Rimini. Anche di questo congresso non capii niente! Allora il linguaggio della politica era diverso da quello di adesso, se non avevi due lauree non capivi di cosa stessero parlando. Mi colpì soltanto il dolore di Aldo Tortorella, commosso fino alle lacrime, mentre salutava i compagni di una vita che andavano in Rifondazione. Incitato da mia moglie e da mio figlio tenni duro e incominciai a seguire i lavori del Senato facendo anche qualche discreto intervento, al punto che il partito mandò un report su di me il quale sosteneva che, come senatore esordiente, mi ero dimostrato una personalità di primo piano.

La X legislatura alla fine durò altri due anni e nel 1992 mi ricandidai volontariamente al Senato, convinto però di perdere. Invece non fu così. Ottenni un risultato di poco superiore a quello dell’1987 e, siccome nella Puglia del Nord, la terra di Di Vittorio, Rifondazione aveva quasi gli stessi voti del Pds, io finii quarto e fui rieletto senatore. A questo punto speravo di entrare nel direttivo del gruppo parlamentare del Pds, cosa che non avvenne dato che Giglia Tedesco, una delle eminenze del partito, mi chiese di sacrificarmi e accettare il ruolo di rappresentante del gruppo nella Giunta delle immunità. Io non sapevo neanche cosa fosse questa Giunta delle immunità ma accettai, salvo scoprire nella riunione successiva che ero stato proposto dal gruppo dirigente del partito non come rappresentante del gruppo nella giunta ma come presidente della stessa. Io chiesi a Giglia Tedesco cosa fosse questa novità e lei, freddissima, mi rispose: «Devi ringraziare la Democrazia Cristiana». E infatti, quando fui eletto presidente della Giunta, andai a ringraziare Nicola Mancino che allora era il capogruppo della Democrazia Cristiana.

Massimo D’Alema Giovanni Pellegrino

Senatore Pellegrino  fu eletto per la prima volta nel 1990, quindi ebbe modo di seguire da vicino l’ascesa del Cavaliere. Quando lo conobbe?
«In realtà lo conobbi nella primavera del 1980. L’allora direttore della Lega calcio, Allodi, aveva convocato tutte le società per discutere della legge sulla professione di sportivo. Io mi trovavo là in qualità di legale. Intervenne Boniperti per conto della Juventus e ci chiese di ascoltare “un amico che penso possa dire cose interessanti”, così disse introducendo questo sconosciuto che aveva una appena accennata stempiatura. Quell’uomo prese il microfono e con la sua splendida oratoria ammaliò i presidenti delle società sportive, convincendoli di quale fiume di denaro si sarebbe riversato sul mondo del calcio se fosse entrato in sinergia con la televisione commerciale. Franco Iurlano  (presidente del Lecce in quegli anni, ndr) disse che si era innamorato di lui. La sera andammo a cena insieme. Quattordici anni dopo ce lo ritrovammo avversario alle Politiche del 1994. Un uomo abile e spregiudicato, con un’oratoria rotonda, che ammaliava”.

Franco Jurlano nasce a Lecce il 18 Gennaio 1928 e muore il 2 maggio 2007; è stato presidente dell’ Unione Sportiva Lecce dal 1976 al 1994. Di professione geometra, nel 1975 è nel consiglio di amministrazione dell’Unione Sportiva Lecce che delibera per la costituzione del Lecce S.p.A. avvenuta in data 25 maggio di quell’anno. Nel 1976 assume in prima persona la guida del club salentino neopromosso in serie cadetta subettrando ad Antonio Rollo.

Chi era invece Franco Iurlano?

” Era una persona straordinaria, dotata di volontà di ferro, capace di sfondare i muri a testate. Apparentemente impulsivo, in realtà fortemente scaltro. L’ho conosciuto quando era il numero due dell’impresa edile ” Toma. Fu il primo in Italia ad intuire 5 anni prima che la legge obbligasse i club, a trasformare il Lecce in società per azioni,. Franco Iurlano aveva uno straordinario intuito giuridico.

Era un vulcanico di idee,aveva delle straoridnarie illuminazioni. Per esempio nel corso di una riunione politica, fu lui a spingere Salvatore Meleleo sindaco di Lecce, a creare una rete commerciale per la distribuzione dell’acqua sorgiva di un pozzo di sua proprietà. Nacque proprio da una sua intuizione l’acqua Eureka. Si deve sempre a Iurlano la grande svolta verso il calcio spettacolo, ed il cambiamento dei rapporti con le televisioni. Successe quando negò l’accesso a Telenorba allo stadio ” Via del Mare” per riprendere una partita; ci ritrovammo di fronte al pretore, lui sventolava un contratto con la FIGC che autorizzava le riprese. Contestammo la validità di quel contratto, sostenendo che la Federazione non poteva vendere il diritto d’immagine di proprietà di una società che organizzano uno spettacolo. Il giudice ci dette ragione, è stabilì un precedente di valore assoluto. Ma il merito fu tutto suo”.

Giovanni Pellegrino, nato a Lecce il 4 gennaio 1939, avvocato ed ex senatore della Repubblica, ha ricoperto dal 1992 al 1994 la carica di presidente della Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari e dal 1994 al 2001 la carica di presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul terrorismo in Italia e sulle cause della mancata individuazione dei responsabili delle stragi. Ex professore di legislazione e politiche sociali presso l’Università degli Studi di Lecce, ha ricoperto dal 2004 al 2009 la carica di presidente della Provincia di Lecce.

È presidente onorario dell’associazione Giovanissimi del Salento APS.

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