Con l’avvento della cordata di Saverio Sticchi Damiani alla presidenza del Lecce nel 2015, il giornale ” Quotidiano di Lecce” tramite il capo della redazione sportiva Lino De Lorenzis aprì un forum diretto tra i tifosi e lo stesso presidente con domanda e risposta pubblicate sul giornale.

Ricordo che all’avvocato posi una quesito molto semplice e diretto” Come giudica l’azionariato popolare nel calcio?”.

Il diretto interessato non rispose in maniera totalmente critica, ma espresse qualche dubbio normativo che ne potesse inficiare la bontà e l’applicazione.

A distanza di 10 anni da allora, il legislatore ha regolamentato il settore delle partecipazioni nelle società calcistiche.

Di recente è’ stata approvata dall’Assemblea della Camera dei deputati, il 23 aprile 2024 con modificazioni, la proposta di legge AC 836, recante “Disposizioni in materia di partecipazione popolare alla titolarità di azioni e quote delle società sportive“, composta di 9 articoli.

Nel recente intervento del vicepresidente dell’Unione Sportiva Lecce dott. Corrado Liguori alla trasmissione televisiva di Telerama ” Piazza Giallorossa”, ha esposto la possibilità di aprire all’ingresso nuovi soci all’interno del’organigramma societario per rafforzarne la sostenibilità finanziaria.

A questo punto sorge una domanda spontanea:” perchè non farlo attraverso un trust di tifosi proprio con l’azionariato popolare ? “.

Il tifoso,il salentino in genere si identifica con il Lecce calcio; non è solo una mera questione sportiva, ma anche affettiva connotato da un imparabile senso di appartenenza territoriale.

Perchè il Lecce viene percepito come un componente della propria famiglia, un’organizzazione che crea comunità e sentimento aggregante.

Da questo punto di vista avrebbe maggior peso anche emotivo la rappresentanza di un membro del trust dell’azionariato popolare all’interno del CdA.

Porterebbe le istanze del tifo, della gente comune, sarebbe un megafono sensibile ed operativo che agirebbe da portavoce di tutta la collettività dei cuori giallorossi sia residenti in loco, che sparsi per l’intero globo terrestre.

Nonchè, fatto non trascurabile ci sarebbe una forte e sostanziale apporto economico alle casse societarie, poichè le stime di adesioni  dei tifosi per sottoscrivere una,due,tre quote del menzionato trust sarebbero altissime.

Per competere con i grandi club della serie A, gestiti da fondi finanziari stranieri con sede nei paradisi fiscali, dove la trasparenza non è il massimo dei princìpi fondamentali, è una prova impervia.

Fiumi di denaro che vengono immessi nel mercato del pallone, che ne alterano i già precari equilibri del sistema calcio in Italia; settore che soffre di un elevato indebitamento complessivo, con la Serie A che nel 2024 sfiorava i 4,6 miliardi di euro.

Risulta impari anche dal punto di vista della competizione agonistica.

E’ lampante che il club che ha più capacità di spesa, acquisti i calciatori dal tasso tecnico elevato, assicurandogli stipendi d’elite con i relativi bonus in base alle sue prestazioni. Atleti che indubbiamente fanno la differenza per classe e potenzialità all’interno del rettangolo verde di gioco.

Purtroppo non basta avere i bilanci in regola come il club di Via Colonnello Costadura vanta da molti anni. I risultati agonistici sono quello che danno gloria e soddisfazione al popolo giallorosso, come a tutti i tifosi di qualsiasi squadra di calcio.

Il risultato ottenuto sul campo viene annoverato nella storia degli annuali ed almanacchi, rimane nei ricordi di ogni singola persona; i bilanci finanziari invece sono condannati ad essere relegati  ai freddi tecnicismi teorici di pochi addetti ai lavori.

Urge una legge che possa mettere nelle condizioni i club di partire tutti alla pari, con medesime possibilità economiche e gestionali.

Introdurre dei tetti giuridici dai quali non si possono deregolamentare i flussi in entrata ed uscita dai rispettivi rendiconti. La medesima questione è posta per la ripartizione dei proventi dei diritti TV, senza creare figli e figliastri.

Introiti che potrebbero servire a migliorare le proprie infrastrutture, potenziare i settori giovanili e le squadre femminili, dare anche maggiore visibilità al tessuto imprenditoriale di riferimento

L’attuale sistema così come è strutturato adesso equivale ad una sfida tra Davide e Golia, che non regge.

L’azionariato popolare: ecco cos’è.

Con l’azionariato popolare le quote di una società sono detenute da un numero elevato di soci. A livello sportivo, tale pratica consente l’ingresso dei tifosi nella gestione di una squadra. In Germania 300mila soci gestiscono ad esempio il 75% del Bayern Monaco, mentre le quote rimanenti appartengono a Adidas, Allianz e Audi.

Sul finire del millennio scorso , a partire dal 1999 c’è la possibilità di passare da organizzazioni no profit interamente gestite e supportate economicamente dai tifosi a imprese aperte all’ingresso di capitali privati. Ai tifosi viene comunque garantito, per legge, il controllo del 51%. Soltanto il Bayer Leverkusen e il Wolfsburg sono completamente in mano a imprese, rispettivamente la Bayer (settore farmaceutico) e la Volkswagen (automobili).

In Spagna i club possono costituirsi in società di capitali con finalità esclusivamente sportiva (Sad) a partire dal 1992. Pochi hanno mantenuto lo status di organizzazione no-profit: il Real Madrid, il Barcellona, l’Atlético Bilbao e l’Osasuna, appartenenti interamente ai tifosi, che rinnovano annualmente la propria tessera, partecipando così al controllo degli aspetti organizzativi. Tali associazioni godono inoltre di una tassazione largamente minore e più favorevole rispetto alle già citate Sad.

In Italia c’è l’esempio del Parma

In Italia un caso di azionariato diffuso è rappresentato da Parma Partecipazioni calcistiche (Ppc), che detiene l’1% del Parma, l’unica compagine capace – dopo il declino tra i dilettanti – di conseguire 3 promozioni consecutive, risalendo dalla Serie D alla A, nel periodo compreso tra il 2015 e il 2018. Il restante 99% è controllato da Krause Italia, gruppo statunitense.

Gli emiliani, dopo aver avuto come ultimo presidente l’incredibile Giampiero Manenti (che, senza successo, aveva tentato di mettere le mani anche sul Brescia dell’allora presidente Gino Corioni), sono falliti nel marzo del 2015, ripartendo grazie a “Nuovo inizio” (spa formata da 7 imprenditori, capitanati da Guido Barilla, Gian Paolo Dallara e Paolo Pizzarotti, i quali hanno inizialmente affidato l’incarico di presidente a Nevio Scala, ex allenatore dei ducali) e col sostegno di Ppc, che hanno subito acquisito il 27% del capitale del Parma calcio per un importo di 250mila euro, percentuale poi ridotta, nonostante l’aumento dei soci fin quasi a mille.

Cosa prevede lo statuto di Parma Partecipazioni Calcistiche

Lo statuto di Ppc permette di acquisire partecipazioni nel Parma o in società collegate, anche se iscritte a campionati dilettantistici: sottoscrivere e gestire contratti di sponsorizzazione e merchandising, organizzare eventi e manifestazioni, assumere mutui, prestare garanzie reali e fideiussioni ecc. Il capitale della Ppc, di 499mila euro, è diviso in azioni da 100 euro ciascuna, che si possono trasferire liberamente. Alcune sono di categoria A (bisogna acquistarne almeno 5), con diritto di voto e di intervento nelle assemblee, altre di categoria B (chi ne sottoscrive di meno).

L’obiettivo dell’operazione è di coinvolgere nella vita sportiva il maggior numero di persone e tifosi mantenendo i rapporti anche con il tifo organizzato che risiede all’estero, avere un buon numero di presenze allo stadio, allestire manifestazioni extra calcistiche, creare occasioni di incontro e socialità.

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