E’ tornata a casa due giorni fa non tra poche tensioni, la Nazionale femminile iraniana che quasi al completo dopo la Coppa d’Asia, con la maggior parte delle atlete ha voluto ritirare le richieste di asilo in Australia: Quattro calciatrici tra cui la capitana Zahra Ghanbari nata a Kangavar Kermanshah il 4 marzo 1992, hanno ritirato la richiesta di asilo politico.

Proprio tali richieste erano arrivate dopo il rifiuto di cantare l’inno nazionale, gesto che aveva portato accuse di “tradimento” in Iran nel contesto del conflitto con Stati Uniti e Israele. Il rientro è avvenuto attraverso la Turchia, tra Istanbul e il valico di Gurbulak-Bazargan. Organizzazioni per i diritti umani denunciano pressioni e minacce sui familiari delle calciatrici. Solo due atlete sono rimaste sul suolo australiano.
Le autorità iraniane hanno invece accusato l’Australia di aver fatto pressione sulle giocatrici affinché restassero.
Le calciatrici, con indosso la tuta della nazionale iraniana, sono arrivate al valico – distante circa 900 chilometri da Teheran – a bordo di un bus dopo essere atterrate all’aeroporto di Igdir, nella Turchia orientale. Arrivate mercoledì scorso a Kuala Lumpur, in Malesia, provenienti dall’Australia dove avevano disputato la Coppa d’Asia, le calciatrici erano poi partite lunedì verso l’Oman, prima di prendere ieri un volo per Istanbul.
Il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha salutato in un post su X “le giocatrici e le squadre tecniche” che “sono figlie della patria” e che “il popolo dell’Iran abbraccia”. Hanno “deluso i nemici” della Repubblica islamica, resistendo “agli inganni e alle intimidazioni degli elementi anti-Iran”, ha aggiunto.
La nazionale di calcio femminile dell’Iran è gestita dalla locale federazione (FFIRI).
All’11 dicembre 2025 la squadra occupa il 68º posto della classifica mondiale femminile della FIFA.
Il calcio rosa ha fatto la sua comparsa in Iran nel 1969 grazie a Farvis Abutaleb, il quale, di ritorno da un viaggio in estremo oriente (Giappone,ndr) , organizzò un mini torneo fra tre squadre nella capitale Teheran. L’evento riscosse l’apprezzamento dell’imperatrice Farah Pahlavi, la quale nel 1971 decise di invitare in Iran la nostra nazionale. Vennero giocate due partite allo stadio Amjadieh di Teheran, entrambe vinte dall’Italia: la prima, disputatasi il 7 maggio, per 2-0, mentre la seconda, disputata due giorni dopo, per 5-0.
Dopo la rivoluzione khomeinista del febbraio 1979 trasformando l’Iran in Repubblica Islamica furono introdotti diversi divieti per le donne, tra cui assistere alle partite di calcio allo stadio, così che anche il calcio femminile ebbe un’involuzione. La nazionale iraniana tornò a giocare una partita solamente nel 2005, in occasione della prima edizione della Federazione Calcistica dell’Asia Occidentale (WAFF), torneo che venne concluso al secondo posto alle spalle delle calciatrici della Giordania. Il 28 aprile 2006 venne disputata a Teheran un’amichevole contro una rappresentativa tedesca, la BSV Al-Dersimspor, in quella che fu la prima partita di calcio femminile disputata in uno stadio dopo la rivoluzione del 1979 e davanti a sole spettatrici – la legge iraniana prevedeva che il calcio femminile potesse svolgersi solamente davanti a un pubblico femminile, solamente in edifici al chiuso e sempre indossando l’hijab.
Nel giugno 2011 la nazionale venne squalificata dal secondo turno del torneo asiatico di qualificazione ai Giochi della XXX Olimpiade dalla Federazione Internazionale Football Association per il rifiuto a togliere lo hijab nella partita contro la Giordania, in ottemperanza al divieto imposto dalla FIFA alle calciatrici di indossare veli o altro durante le partite. Ne seguì un’accesa polemica con anche le accuse lanciate dal presidente della Repubblica Islamica Mahmud Ahmadinejad verso la stessa FIFA. Il 5 luglio 2012 il comitato esecutivo della FIFA diede il via libera all’uso del velo su base volontaria da parte delle calciatrici.
Il resto è storia recente, rigide ritorsioni imposte dal regime nei confronti delle donne, non solo nel mondo sportivo ma anche culturale e sociale, soffocano le loro libertà civili.
Sin dalla nascita del movimento ” Donne, Vita, Libertà” sorto nel settembre 2022 con una rivolta popolare dopo la morte di Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale per non aver indossato correttamente l’hijab, guidato dalle donne, il movimento protesta contro la dittatura islamica, con l’obbligo del velo e le discriminazioni di genere; la situazione in essere evidenzia una profonda limitazione dei diritti umani fondamentali, inclusi la libertà di espressione e il diritto di dissentire.
Intanto lunedì 23 marzo, alle 18.30, l’ex Convitto Palmieri, a Lecce, ospiterà un importante momento di riflessione e approfondimento dedicato alla complessa realtà iraniana, attraverso le voci di chi quella terra la vive, la studia o ne difende i diritti.
L’incontro, dal titolo Iran, è promosso con il patrocinio della Provincia di Lecce e realizzato in collaborazione con Associazione Istituto di Culture Mediterranee, Polo BiblioMuseale, Arci Lecce Solidarietà e sigle del panorama culturale e sociale salentino. L’ingresso è libero.
In apertura sono previsti i saluti istituzionali di Fabio Tarantino, presidente della Provincia di Lecce e di Luigi De Luca, direttore del Polo BiblioMuseale di Lecce.
Spazio, quindi, alla tavola rotonda multidisciplinare, con gli interventi di Anna Caputo, presidente Arci Lecce Solidarietà, che porterà il punto di vista dell’accoglienza e del supporto sociale; Saifeddine Maaroufi, Imam di Lecce e sociologo, per un’analisi sociologica e religiosa; Ali Minaei, attivista diritti umani e sindacalista iraniano, con una testimonianza diretta sulle lotte civili; Tania Minaei, terapista occupazionale iraniana, per il racconto della dimensione quotidiana e professionale; Paolo Paticchio, presidente Associazione Istituto di Culture Mediterranee; Claudio Stefanazzi, deputato del Parlamento italiano, Ubaldo Villani Lubelli, presidente del Corso di Laurea in Governance Euromediterranea di UniSalento.
Il dibattito sarà animato anche dal contributo degli studenti iraniani dell’Università del Salento, che offriranno la prospettiva delle nuove generazioni in esilio accademico. L’incontro, infatti, vuole essere non solo un’analisi politica, ma anche un ponte umano tra il Salento e l’Iran, esplorando le dinamiche migratorie, la tutela dei diritti umani e il ruolo della governance euromediterranea in un contesto di crisi globale.
“In un tempo segnato da una guerra che continua a generare dolore, instabilità e nuove fratture nel tessuto globale, sentiamo ancora più forte il dovere di creare luoghi di ascolto e di confronto. L’Iran non è un capitolo distante della geopolitica: è una storia che da millenni attraversa il Mediterraneo, che tocca le nostre comunità, che interroga la nostra idea di libertà e di giustizia. Dare spazio alle testimonianze di chi quella realtà la vive o la porta nel proprio vissuto quotidiano significa affermare che, anche in mezzo al rumore dei conflitti, la voce dei diritti umani non può essere soffocata. Questo incontro nasce per costruire ponti di comprensione, conoscenza e responsabilità”, evidenzia Paolo Paticchio, presidente dell’Associazione Istituto di Culture Mediterranee.

