Per il popolo palestinese il calcio è un fatto generazionale tramandato attraverso momenti di condivisione pubblica quando i giovani giocavano sui terrazzi e nei vicoli, i pali delle porte si improvvisavano con pietre o ciabatte.
L’aspetto demografico di Gaza ha accentuato questa cultura, dando vita a una geografia di rivalità di strada e fuoriclasse locali. I club fungevano da spazi sociali e da luoghi di incontro politico.
Si costruivano archivi mettendo insieme foto, storie di quartiere e ricordi dei calciatori: Suleiman al Obaid, “il Pelé palestinese”, o Mohammed Barakat, la leggenda di Khan Yunis. Nomi e volti venuti alla ribalta per la prima volta in radio, nei campi e per le strade, e che ancora oggi riecchiegiano tra gli appassionati, molto tempo dopo che i campi su cui giocavano sono spariti.
Anche quando gli impianti di Gaza sono andate in rovina a causa del blocco israeliano, il calcio ha sempre avuto una una forma di continuità. I campionati locali e le partite di strada di fatto non si sono mai interrotti.
Lo sport e il calcio palestinese sono stati completamente decimati: a Gaza, tutte le infrastrutture calcistiche sono state gravemente danneggiate o interamente distrutte; gli stadi, le hall e le sedi dei club sono stati presi di mira e distrutti
La Palestina non partecipa al Mondiale Messico-Usa- Canada 2026. Il suo popolo cerca di seguire le partite in tv.
A Gaza si vive un tempo sembra sospeso, sotto il peso della guerra.
A Khan Younis sempre nella Striscia, sono decine i palestinesi sfollati che si ritrovano nei caffè per seguire la Coppa del Mondo. Davanti ad uno schermo, tra sedie accalcate e sguardi concentrati, i Mondiali di calcio sono una breve parentesi di normalità in un contesto segnato da mesi di devastazione.
C’è chi tifa Qatar, chi Algeria o Turchia. Ma tra gli appassionati emerge anche un desiderio comune: vedere un giorno la Palestina partecipare alla più importante competizione calcistica internazionale.
Il livello tecnico dei calciatori palestinesi è buono.
Nella squadra che ha disputato le qualificazioni per i Mondiali del 2026 venticinque giocatori su ventisette hanno un contratto con dei club stranieri, in Giordania, Egitto, Qatar, Belgio, Cile e Stati Uniti.
Da quando è iniziato il conflitto dopo il 7 ottobre 2023, decine di calciatori sono stati uccisi dal fuoco israeliano. Hani al Masdar, allenatore della squadra olimpica, è caduto per causa di un attacco aereo nel gennaio 2024, pochi giorni prima che i suoi giocatori partecipassero alla Coppa d’Asia a Doha. Stessa sorte per Mohammed Barakat, ucciso da un bombardamento israeliano sulla sua casa la prima mattina di Ramadan di quello stesso anno. Imad Abu Tima, che giocava nella nazionale palestinese Under 20, è stato ucciso qualche mese dopo, insieme ad altre nove persone della sua famiglia a Khan Yunis. Suleiman al Obaid è stato ucciso da colpi d’arma da fuoco mentre era in attesa di aiuti umanitari nell’agosto 2025.
A marzo di quest’anno la Pfa aveva confermato la morte di 565 calciatori.
Anche se i risultati sono importanti, quello che conta davvero è il fatto che si continui a giocare. Finché c’è il calcio, c’è la speranza che un giorno, in qualche modo, sarà di nuovo possibile vivere una vita normale.
Nella Striscia di Gaza , le condizioni di vita della popolazione sono allo stremo.
Inizia a mancare anche l’acqua per la semplice quotidianità.
Eppure, il pallone sembra avere quasi un effetto taumaturgico.
Potere di una sfera.
