Se si svegliassero i presidenti di calcio delle squadre dilettanti e professionistiche di 30- 40 anni fa, oggi riderebbero di gran gusto a suon di sberleffo nei confronti dei loro colleghi del nostro tempo, come a dire com’è che siete arrivati a questo punto?

Un calcio italiano indebitato fino all’osso del collo; manchiamo dai Mondiali da tre edizioni, un’intera generazioni di giovani non ha visto la maglia azzurra misurarsi nel massimo campionato per nazioni.

Ci sono responsabilità che partono dalle scuole calcio, sino alle famiglie e dirigenti e allenatori.

Troppa tattica a scapito del gioco tecnico e talento individuale? Può essere.

Genitori troppo invadenti? Anche questo.

Sopravalutazione del calciatore? Idem.

Ma poi sono sempre dirigenti ed allenatori che scelgono chi va in campo.

Se ci sono direttive che portano ad ingaggiare un calciatore straniero a scapito di quello italiano, non sempre è questione di validità dell’atleta, ma spesso di convenienza economica.

Il calciatore straniero a pari età costa meno rispetto a quello locale.

Perchè? Per questioni prettamente che riguardano le richieste e aspirazioni del giovane tesserato.

L’italiano ambisce a d avere un ingaggio già militando nelle primavera equiparato ai professionisti. Ci sono interessi che vanno oltre il gioco tra talent scout e procuratori il circo è molto ampio ed esigente.

Come fare? Ritornare alle basi essenziali.

I club devono essere punti di riferimento sociale; meno business, meno finanza più sostenibilità anche dal punto di vista comunitario.

Come fare? I tifosi partecipano direttamente alle sorti della loro squadra del cuore, con una partecipazione propria, una quota che ne attesti l’appartenenza. Le masse popolari possono avere un ruolo decisionale ed esecutive nelle sorti della squadra.

Gli stipendi dei tesserati devono essere equiparati in linea di principio a quelli di un qualsiasi dipendente di aziende sia pubbliche che private.

Il pallone dev’essere una missione anche spirituale donando gioie e dolori al consumarsi delle stagioni, non uno scopo di arricchimento smisurato.

Vi è anche l’aspetto ambientale.

Si giocano troppe partite, molte sono le competizioni che oltre ha provocare logoramenti fisici nei calciatori, inducono spostamenti continui con aerei,pullman che naturalmente immettono grandi quantità nell’aria di CO2.

Quindi sostenibilità finanziaria ed ambientale vanno di pari passo.

Per tornare agli ingenti oneri economici nel calcio.

Non è possibile, per fare un esempio a portata di mano, che una società di Seconda Categoria come la Polisportiva Neviano spenda annualmente tra iscrizione e rimborsi 15 mila euro, arrivando quasi ultima, mentre la prima classificata ne spenda dieci volte di più.

Un’altra realtà storica e gloriosa come il Tuglie manca dai palcoscenici da diversi anni.

Nessuno si chiede come mai.

E’ saltato ogni tipo di criterio logico e reale per chi vuole fare calcio in maniera passionale e genuina.

E’ divenuto uno sport elitario, contravvenendo al suo stesso spirito .

Intanto un altro Mondiale sta per passare, e l’Italia non si è vista.

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