La strada non sbagliava mai.
I due più forti facevano sempre i capitani delle due squadre.
E i primi ad essere chiamati non erano gli amici del cuore.
Venivano scelti i più bravi.
Perché al campetto oppure nella strada ruvida contava una cosa sola: vincere.
Se eri forte, dopo due nomi eri già chiamato in squadra.
Se un ragazzo non sapeva giocare, finiva in fondo alla lista.
E lì cominciava il teatro.
Il più scarso faceva finta di niente.
Guardava altrove.
Dava due calci ai sassolini, sussurrando:
«Prendi me …»
Ma nessuno dei due capitani ascoltava le sue suppliche e chi veniva scelto prima di lui li guardava dall’alto verso il basso, ghignando.
Sì, certo.
Perché tutti volevamo essere scelti il prima possibile.
Per evitare di arrivare al ballottaggio più umiliante della giornata.
In cui le squadre erano fatte, volendo si poteva iniziare a giocare, ma…restavano gli ultimi due.
Due scarponi.
Due che, diciamolo, nemmeno loro stessi avrebbero voluto in squadra.
I capitani sospiravano.
«Vai, prendilo tu.»
«No, io l’ho preso ieri.»
«Ma questo non corre.»
«E lui non é proprio capace. Tira senza guardare e fa autogol.»
Alla fine uno dei due veniva chiamato con l’entusiasmo di chi scopre di aver calpestato una cicca al parco.
L’altro tirava un sospiro di sollievo: almeno per questa volta, l’ultimo non è stato lui.
Era crudele?
Forse sì.
Ma era tremendamente vero.
La strada non sbagliava mai.
Ti faceva capire subito che non eri il più forte solo perché tua madre lo diceva.
E se eri una pippa, non ti umiliava per sempre, ti dava un pallone e la possibilità di migliorare.
Io, quell’esperienza l’ho vissuta. Non è che fossi un campione, ma nemmeno tanto scarso con i piedi.
Era la stagione di quelli senza filtri, tutta al naturale, verace, spensierata e spietata.
Partecipavano tutti, ma non c’erano privilegiati, figli di papà e raccomandati.
Non si poteva barare, il gioco era dannatamente democratico e pienamente visibile nei suoi valori.
30- 40 anni fa non vi erano scuole calcio nei vari paesi. Solo i grossi centri come Lecce, Nardò, Galatina, ecc. erano strutturati in tal senso. Il resto era declinato alla fantasia popolare giovanile.
Avevamo le ginocchia sbucciate, pelle olivastra un pò per natura un pò per il sole ( non soffrivamo per carenza di vitamina D, ndr) le magliette da gioco improvvisate , per non parlare delle scarpe; quelle a tacchetti erano quasi sempre un miraggio.
Meglio acquistarne un paio per la domenica come ricambio per la scuola.
I nostri genitori vedevano il calcio come il parroco “Don Camillo” vedeva di buon occhio il sindaco “Peppone”.
Però in quegli anni sono nati e cresciuti i ragazzi della generazione del 2006, quelli de: ” Il Cielo è azzurro sopra Berlino” riportando a Roma la Coppa del Mondo dopo 34 anni.
Ora è il tempo dei selfie e foto ricordo che immortalano tesseramenti, gesta amichevoli dei propri figlioli in tempo reale, per la gioia dei genitori che vedono al centro della ribalta mediatica sui social il campione nato in casa, interpretandone procure e consulenza stile fai da te.
Tutto in famiglia insomma.
Allora vai con i like a go go; basta il merito e la storia finisce lì.
Ragazzi schiacciati tra le pressioni di casa e le tattiche estenuanti dei loro stessi allenatori che vogliono risultati immediati, poiché non hanno la pazienza di saper aspettare la maturazione psico fisica del calciatore allievo.
Ciò avviene purtroppo anche nelle prime squadre.
Intanto questi giovani non vedono l’Italia partecipare ad un Mondiale da una vita intera.
Ma si sa, meglio i like oggi, che una gloria calcistica vera domani, tutto questo a soddisfare l’ego smisurato di mamma, papà, social manager e di follower last minute.
Intanto 40 anni fa, il giorno dopo, in un altro assolato pomeriggio nella lunga ” controra” del meridione italiano, si rifacevano le squadre.
È ripartiva la selezione naturale.
E magari, dopo un’estate passata a giocare fino al tramonto, quel nome che usciva sempre per ultimo iniziava a essere chiamato un po’ prima.
Accadeva anche questo, miracolo del calcio.
