Conosciamo da vicino un giovane allenatore e preparatore di Neviano, Alessio Resta.

Laurea in SCIENZE DELLE ATTIVITÀ MOTORIE E SPORTIVE, Allenatore con qualifica UEFA D , esperienze alla Virtus Neviano, Asd Giallorossi, Alessio è molto apprezzato dai giovani atleti per le sue capacità professionali ma anche umane; per tale motivo abbiamo voluto rivolgergli qualche domanda sul suo rinomato “Metodo ” che porta il suo nome e sullo stato di salute del calcio in generale.

  1. Chi è Alessio Resta? E da dove parte la tua carriera in ambito sportivo?

«Alessio Resta è un allenatore qualificato, un preparatore atletico laureato, ma prima di ogni cosa una persona che crede profondamente nel valore educativo dello sport.

Ho scelto questo mestiere perché sono convinto che un allenatore non debba limitarsi a insegnare un gesto tecnico o a preparare una partita. Il suo compito è accompagnare le persone nel loro percorso di crescita, dentro e fuori dal campo.

Il mio percorso nasce dalla passione per il calcio, ma a un certo punto la passione da sola non mi bastava più. Sentivo il bisogno di capire cosa ci fosse dietro la prestazione, dietro lo sviluppo di un giovane atleta e dietro ogni percorso di miglioramento. Per questo ho intrapreso gli studi in Scienze Motorie, ho conseguito il patentino UEFA e continuo ancora oggi a formarmi ogni giorno, perché credo che la formazione di un allenatore non finisca mai.

Alleno dal 2015, quindi sono ormai più di dieci anni che vivo il campo ogni giorno. In questo tempo ho avuto il privilegio di lavorare con centinaia di atleti, ognuno con la propria storia, le proprie difficoltà e i propri obiettivi. Ed è proprio questo che rende il mio lavoro così speciale: ogni persona che alleno mi insegna qualcosa e mi spinge a diventare un professionista migliore.

Sono convinto che un allenatore che smette di imparare, prima o poi smetta anche di far crescere i suoi atleti.»

  1. Secondo te perché il calcio italiano stenta, a livello di Nazionale, ad affermarsi?

«Io credo che il problema non sia la mancanza di talento. In Italia il talento c’è sempre stato e continua a esserci.

Quello che spesso manca è un percorso condiviso di sviluppo del giovane calciatore.

Per tanti anni siamo stati riconosciuti come una scuola straordinaria dal punto di vista tattico. Oggi, però, il calcio richiede molto di più: giocatori capaci di pensare rapidamente, di risolvere problemi, di essere creativi, di sostenere ritmi elevati e di adattarsi continuamente alle situazioni di gioco.

Tutto questo non si costruisce a diciotto anni. Si costruisce quando un bambino ha otto, nove o dieci anni.

Per questo credo che sia fondamentale investire sempre di più nella formazione degli allenatori. Ma non basta.

Dovremmo fare in modo che la formazione dei giovani venga affidata, sempre più, a figure realmente preparate, qualificate e competenti. Allenare un bambino o un adolescente significa assumersi una responsabilità enorme, perché non stiamo formando soltanto un calciatore, ma una persona.

Ogni volta che un genitore affida suo figlio a un allenatore, non gli sta consegnando soltanto un atleta. Gli sta affidando una parte della sua educazione. E questa è una responsabilità che non può essere improvvisata.

Purtroppo, soprattutto nelle realtà dilettantistiche, capita ancora troppo spesso di vedere il ruolo dell’allenatore affidato a persone animate da grande passione e buona volontà, ma prive di una formazione specifica. La passione è indispensabile, ma da sola non basta.

Nessuno affiderebbe il proprio figlio a un insegnante privo della preparazione necessaria, né si farebbe operare da un chirurgo mosso soltanto dalla passione. Perché, allora, dovremmo pensare che per formare un giovane atleta possa bastare la buona volontà? Allenare significa educare, e l’educazione richiede competenza, studio e aggiornamento continuo.

Per lavorare con i giovani servono competenze in ambito tecnico, motorio, pedagogico e relazionale. Serve conoscere le fasi della crescita, saper programmare, comunicare e adattare il lavoro alle caratteristiche di ogni ragazzo.

Ecco perché credo che il futuro del nostro calcio passi innanzitutto dalla valorizzazione della figura dell’allenatore. Più investiamo nella qualità di chi forma i giovani, maggiore sarà la qualità dei calciatori che costruiremo domani.

Perché il futuro della Nazionale non si costruisce quando il Commissario Tecnico convoca i giocatori.

Il futuro della Nazionale si costruisce ogni pomeriggio nei campi delle scuole calcio.»

  1. Com’è lavorare con i più giovani? Secondo te nel Salento, a livello infrastrutturale, stiamo raggiungendo il passo con le altre regioni d’Italia più avanzate?

«Lavorare con i giovani è senza dubbio la parte più bella del mio lavoro.

I ragazzi non guardano il curriculum di un allenatore: guardano la persona.

Se sei autentico, se sei preparato e se trasmetti passione, loro lo percepiscono immediatamente.

Ogni allenamento rappresenta un’occasione per lasciare qualcosa che va ben oltre il calcio. Il nostro compito non è soltanto insegnare un gesto tecnico, ma contribuire alla formazione di persone responsabili, consapevoli e capaci di affrontare le difficoltà.

Per quanto riguarda il Salento, credo che negli ultimi anni siano stati fatti passi avanti dal punto di vista infrastrutturale. Ci sono realtà che stanno investendo e strutture che stanno crescendo.

Tuttavia penso che il vero salto di qualità non dipenda esclusivamente dagli impianti sportivi.

Dipende soprattutto dalla cultura sportiva.

Possiamo avere il centro sportivo più moderno d’Italia, ma se non investiamo nella formazione degli allenatori, nella progettualità e nella qualità del lavoro quotidiano, rischiamo di non valorizzare davvero il potenziale dei nostri ragazzi.

Le strutture sono importanti.

Le persone preparate lo sono ancora di più.»

  1. Che cos’è il Metodo Resta?

«Il Metodo Resta nasce da una domanda molto semplice che mi pongo ogni giorno:

“Come posso aiutare questa persona a diventare la migliore versione di sé?”

Da questa domanda prende forma tutto il resto.

Il Metodo Resta non è semplicemente un metodo di allenamento.

È una filosofia di lavoro costruita intorno all’atleta, alle sue caratteristiche, ai suoi obiettivi e ai suoi tempi di crescita.

Anche se nasce dalla mia esperienza nel calcio, oggi il Metodo Resta è rivolto a qualsiasi sportivo di qualsiasi età.

Ho avuto la fortuna di lavorare con calciatori, cestisti, ballerini, pallavolisti e atleti provenienti da discipline completamente diverse tra loro.

Perché, al di là dello sport praticato, esistono principi universali: la qualità del movimento, la preparazione atletica, la prevenzione degli infortuni, la coordinazione, la forza, la mobilità, la consapevolezza del proprio corpo e la crescita mentale.

Per questo non credo nei programmi standardizzati.

Ogni atleta è unico e merita un percorso costruito sulle proprie esigenze.

Il nostro motto è “Oltre il modulo”, perché i moduli cambiano, le tattiche cambiano e persino gli sport cambiano.

Quello che rimane è il valore della persona e dell’atleta.

C’è una frase che riassume perfettamente la mia idea di allenamento:

“Il mio compito non è allenare il talento. Il mio compito è creare le condizioni perché il talento possa esprimersi.”

E ce n’è un’altra alla quale sono profondamente legato:

“Un allenatore non cambia il destino di un ragazzo con una singola seduta di allenamento. Lo cambia con ciò che riesce a trasmettergli ogni giorno.”

Per questo il Metodo Resta non misura il successo soltanto attraverso una vittoria o una prestazione.

Lo misura nella crescita delle persone.

Se un atleta esce dal campo più consapevole, più sicuro di sé e con ancora più voglia di migliorarsi, allora il nostro lavoro ha davvero lasciato il segno.»

  1. Quali sono i tuoi sogni e i tuoi progetti per il presente e il futuro della tua carriera?

«Come ogni allenatore, ho delle ambizioni e dei sogni. Mi piacerebbe confrontarmi con realtà sempre più importanti e continuare a crescere professionalmente.

Ma ho imparato che il traguardo non può essere soltanto una categoria o una panchina.

Il mio obiettivo è costruire un progetto che lasci qualcosa alle persone.

Vorrei che il Metodo Resta diventasse un punto di riferimento nella preparazione atletica e nello sviluppo dell’atleta, un luogo in cui competenza, passione e valori convivano ogni giorno.

Continuerò a studiare, a confrontarmi con professionisti di alto livello e a investire nella mia formazione, perché credo che il miglior allenatore sia quello che non smette mai di mettersi in discussione.

Se un giorno avrò l’opportunità di lavorare nel calcio professionistico ne sarò orgoglioso.

Ma la soddisfazione più grande sarà sempre vedere un ragazzo che, grazie al lavoro svolto insieme, diventa una persona più sicura, più responsabile e più consapevole delle proprie capacità.

Perché le vittorie finiscono negli almanacchi.

L’impatto che lasci nella vita delle persone, invece, resta.»

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