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L’apartheid, ovvero la segregazione razziale, si rifletteva anche nel mondo dello sport con il rugby considerato “lo sport dell’uomo bianco” e il calcio, lo sport di tutti gli altri. Per i detenuti politici di Robben Island il calcio era qualcosa di più di un palla stracci che rotola su un terreno sconnesso, era un simbolo di resistenza contro il regime bianco, era molto più di un gioco.
Il calcio come simbolo di lotta – L’agonismo sportivo resta sullo sfondo di una storia caratterizzata da violenza e intolleranza in un Sudafrica degli anni Sessanta così lontano dalle elezioni del 1994 che avrebbero portato alla presidenza Nelson Mandela. I protagonisti sono un gruppo di detenuti politici non bianchi che cercano di spezzare la durezza del regime carcerario organizzando partite di pallone. “A Robben Island la posta era molto più alta – scrivono Korr e Close -. La lotta intrapresa per ottenere un campionato di calcio rappresentava il bisogno di provare a se stessi e al regime carcerario che erano capaci di organizzarsi in modo autonomo, di disciplinarsi e di lavorare insieme in armonia”. Dopo un durissimo braccio di ferro durato tre anni con il responsabile delle guardie, i detenuti nel 1967 ottennero il permesso di giocare a calcio. Fu una concessione data in pasto alla Croce rossa e ai media internazionali dopo che tra il 1961 e il 1964 il Sudafrica era stato escluso prima dalla Fifa e poi dal Comitato per i giochi olimpici.
Il fischio finale a Robben Island – La ricostruzione della crescita del calcio e degli altri sport nell’Alcatraz sudafricana passa attraverso gli anni Settanta fino alla crisi dei primi anni Ottanta. “Quasi tutti i prigionieri politici del nucleo originario erano stati rilasciati o erano sul punto di esserlo – spiegano gli autori -. I 188 condannati a vita come Nelson Mandela invece sarebbero rimasti in isolamento ancora a lungo… Le partite venivano rimandate o cancellate perché non si riusciva a mettere insieme il numero minimo di giocatori e alla fine anche i più tenaci tra i fans dovettero accettare il cambiamento”. I veterani lasciano il loro scomodo posto alla “Soweto Generation”, quei giovani che nel 1976 si erano ribellati al regime. Ma il passaggio di consegne tra le due generazioni di carcerati politicizzati non è privo di frizioni. Il calcio diventa ancora una volta un mezzo di unione che permette di superare le divergenze formando una nuova unione che andrà avanti fino al 1990, l’anno in cui l’apartheid venne definitivamente abolita. “A Robben Island il calcio era uno strumento di pace, serenità, riscatto. Oggi invece e’ strumentalizzato dal sistema mediatico ed economico”.

Tratto da “Molto più di un gioco” il libro scritto da Chuck Korr e Marvin Close e distribuito in Italia dalla Iacobelli Edizioni.

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