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L’ideologia, la religione, la moglie o il marito, il partito politico, il voto, le amicizie, le inimicizie, la casa, le auto, i gusti letterari, cinematografici o gastronomici, le abitudini, le passioni, gli orari, tutto è soggetto a cambiamento e anche più di uno. La sola cosa che non sembra negoziabile è la squadra di calcio per cui si tifa.
(Javier Marías)

Video tratto dal l’episodio “La partita di calcio. ….l’arbitro in chiesa” della serie “Peppone e Don Camillo”.

 Dalla Serie D (il vecchio campionato ‘interregionale’) in giù si gioca quel vecchio calcio di provincia che una volta si vedeva anche sui campi dei club più blasonati d’Italia. Anche se tra Serie D e i campionati subito dietro di Eccellenza e Promozione iniziano già a circolare contratti e impegni importanti.

Insomma, oltre ai valori del campo è tutto il contorno che sa più di casereccio, dai giocatori stessi, alle società, al pubblico, passando per arbitri e ritrovi post-partita. Girare per i campetti di provincia, tra cui risulta anche qualche nobile decaduta, è un’esperienza divertente, sportivamente ricca, che a volte arriva al grottesco grazie a un pubblico che si sposta di campo in campo al motto di «ho pagato il biglietto, dico quello che voglio».

Il biglietto solitamente lo si paga lì, all’ingresso del cancellino dove d’estate e d’inverno si siede a turno un volontario. Nella stagione calda con l’ombrellone da mare e una sedia, in quella fredda sotto una tettoia. Nella provincia più profonda, quella dei paesini delle squadre che militano in terza categoria, le tribune non sono che gradoni di cemento in estate e in inverno. Alcune volte, invece, la partita la si guarda direttamente da bordo campo, con una rete che separa il rettangolo di gioco dall’esterno.

Ci sono squadre che tirano al campo paesi interi. Altri, anche di medie dimensioni e con passati più o meno gloriosi, faticano a racimolare i cento spettatori. E quello del pubblico è indubbiamente uno dei più grandi spettacoli dei campetti di provincia. Perché se al Meazza i cori confondono le voci, qui tutto si distingue. Ad andare di gran moda sono sempre le presunte corna dell’arbitro di turno, ma gli alterchi tra i tifosi, che spesso sono anche i genitori degli undici in campo, regalano perle impagabili. Non fosse che certi insulti viaggiano alla velocità della luce anche sui campetti dei più piccoli, dove il tutto da divertente siparietto si trasforma in grottesco ai limiti dell’idiozia.

Per i giornalisti che seguono le squadre locali, non esiste una sala stampa con gli sponsor che scorrono dietro le spalle. Esiste l’esterno degli spogliatoi e il tentativo di avere una fotocopia con le formazioni, quando al campo c’è una fotocopiatrice. Altrimenti bisogna copiare a mano, magari sotto la pioggia. Quando va bene c’è un bar, quando va male nemmeno quello e si rimane con la sete o il freddo, a seconda delle stagioni.

Sul campo sempre i ventidue giocatori, che arrivano alla partita della domenica dopo una settimana di allenamenti. Sedute di allenamento che spesso si concludono con mangiate alla trattoria più vicina che farebbero impallidire anche i più accaniti mangiatori di provincia. Ma quei ventidue si divertono come matti, perché qui, se non ti diverti giocando a calcio, non vai a buttare via una domenica pomeriggio e due o tre serate per allenarti. Anche quando hai quarant’anni.

Per soldi non gioca praticamente nessuno, e in periodi di recessione economica diventa anche difficile rastrellare i soliti due o tre sponsor che mettono qualche denaro per la sopravvivenza della società. Qualche imprenditore medio ogni tanto prova a investire, ma quando non c’è la passione e i ritorni economici non ci sono, lascia, altrimenti investe nella società per farsi un po’ di campagna elettorale per le elezioni in comune o riciclare euro non del tutto puliti.

Ma anche qui c’è il bomber, il giocatore più temuto dalle difese avversarie. Il bomber di provincia che segna trenta gol in un campionato, che non fa passare notti tranquille ai malcapitati portieri. Ci sono poi i portieri di fama, quelli che magari hanno anche giocato in Eccellenza o Promozione, che qui sono quasi semidei, e infine ci sono i “macellai” o “fabbri”. Che non sono artigiani ma quei difensori particolarmente propensi a non prendere mai la palla, ma più spesso le gambe dell’avversario. E sono dolori, proteste e cartellini rossi. Esistono squadre imbattibili, che non hanno mai perso una partita durante tutto l’anno, e fanalini di coda irriducibili che proprio quei tre punti non riescono a portarli a casa. Così come compagini che arrivano al campo in undici giocatori contati, e quando uno si fa male, sembra di rivivere Italia-Corea del Nord, quando il malcapitato Bulgarelli dovette abbandonare il campo per infortunio e il calcio di allora non concedeva il lusso delle sostituzioni.

Un mondo lontano anni luce dal dorato calcio dei professionisti, sia tecnicamente, sia nel contorno di tutti quegli elementi che hanno reso la Serie A non più uno sport, ma un prodotto impacchettato e pronto da vendere. Un piccolo grande mondo, quello del calcio, e, più in generale dello sport di provincia che, se vissuto e raccontato, potrebbe dare forti segnali ai professionisti del pallone, ma soprattutto ai dirigenti che quel professionismo hanno in mano e fanno girare a suon di miliardi.

Testo di Luca Rinaldi

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