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Di Giovanni Camarda Redazione Nuovo Quotidiano di Puglia

C’era una volta il calcio. Ed era fonte di gioia, dolore, emozione. Una passione genuina, schiava di un gol, segnato o subìto. Si viveva per una settimana sognando e aspettando quel momento, già vissuto eppure sempre nuovo, inedito, sorprendente. Oggi non è più così, è tutto vecchio prima ancora di averlo visto. È la pagina di un copione già scritto, prevedibile, routinario come la cinquantesima replica di una rappresentazione teatrale. Si è arrivati all’aberrazione di programmare persino l’esultanza, studiata, immaginata e preparata a tavolino come una recita. Ci sono team di pubblicitari e consulenti per l’immagine al soldo delle star che suggeriscono la gestualità dei propri assistiti dopo un gol. L’ultimo “prodotto” l’ha lanciato sul mercato Cristiano Ronaldo, un fuoriclasse del genere (oltre che del calcio, ovviamente), che oraquando segna mima una capretta con inequivocabile riferimento all’ultimo spot del rivale Messi. Ronaldo è un punto di riferimento globale per milioni di ragazzini che lo ammirano in tv e poi lo imitano nei campetti. Anche loro provano e riprovano davanti allo specchio del guardaroba e poi vanno in scena nelle partitelle del settore giovanile. Il portoghese è, ça va sans dire, il più imitato; ma ce ne sono altri, moltissimi, che hanno tradotto in marketing l’emozione di un gol, di fatto trasformandola in qualcos’altro, perché, evidentemente, un’emozione programmata è la negazione di se stessa.
Capostipite del genere, probabilmente, il brasiliano Bebeto, che ai Mondiali del ‘94, dopo un gol mimò una culla per un figlio appena nato. Filone, quello dei neopapà, molto frequentato (il pollice in bocca di Totti, per esempio) e in fondo umanamente empatico. Ma il campionario è ricchissimo, dall’aeroplanino di Montella al mitra di Batistuta, alla mano all’orecchio di Toni o al trenino nei pressi della bandierina (interpreti plurimi). Esultanze non tutte riuscitissime (si pensi a Fowler che usa la linea bianca di fondo campo come una striscia di cocaina) ma se non altro ancora artigianali, allestite alla meglio e pensate magari al momento del gol o poco prima di scendere in campo.
Ora è tutto diverso. Negli ultimi tempi c’è stata una vera e propria evoluzione della specialità, divenuta parte del ruolo, una funzione accessoria della quale un professionista del gol non può fare a meno. Se sei veramente qualcuno, devi avere anche un’esultanza da copyright. E quindi ecco Cr7, oppure Griezmann ispirato dal videogioco Fortnite, Dybala dal Gladiatore o Bonucci e il suo “sciacquatevi la bocca prima di parlare di me”. I tifosi sanno già: se segnano, loro esulteranno così. A quel punto, magari, ci si potrà anche girare dall’altra parte o alzarsi per andare in bagno (soprattutto se si tratta di gol incassato).
Se lo fanno in tanti, può anche darsi che l’esibizione piaccia e che i tifosi – specie i più giovani – in qualche modo siano felici di identificarsi totalmente con il proprio idolo, anche in quella sua tipica esultanza, per poi rilanciarla sui social. De gustibus.
Però è possibile pure che non sappiano cosa sia emozionarsi davvero, esplodere di gioia per un gol, per un’esultanza genuina, unica, irripetibile. Tardelli, Italia-Germania, Madrid, Spagna ‘82: quella è un’esultanza, spontanea, indimenticabile, una capriola del cuore che nessuno staff di influencer riuscirà mai a replicare. Quella è emozione pura, di chi segna e di chi esulta, al cui cospetto le interpretazioni di un Ronaldo oggi paiono finte e noiose. Beati quelli che hanno – ad ogni livello e a tutte le latitudini.

 

 

 

 

 

 

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